La rendita più che la produttività. Il “caso Italia” visto con le lenti di Piketty

Se “r” (il tasso di crescita del reddito da capitale) è maggiore di “g” (il tasso di crescita di un paese), il rapporto tra capitale e reddito nazionale è destinato a crescere, il primo quindi a predominare sul secondo, e “il capitalismo genera automaticamente delle ineguaglianze arbitrarie e insostenibili che minano alle fondamenta i valori meritocratici su cui le società democratiche si fondano”. E’ questa una delle tesi fondamentali dell’ultimo saggio dell’economista francese Thomas Piketty, “Il capitale nel Ventunesimo secolo”, di recente tradotto in inglese.
23 APR 14
Ultimo aggiornamento: 08:24 | 24 AGO 20
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Se “r” (il tasso di crescita del reddito da capitale) è maggiore di “g” (il tasso di crescita di un paese), il rapporto tra capitale e reddito nazionale è destinato a crescere, il primo quindi a predominare sul secondo, e “il capitalismo genera automaticamente delle ineguaglianze arbitrarie e insostenibili che minano alle fondamenta i valori meritocratici su cui le società democratiche si fondano”. E’ questa una delle tesi fondamentali dell’ultimo saggio dell’economista francese Thomas Piketty, “Il capitale nel Ventunesimo secolo”, di recente tradotto in inglese. Sul numero in uscita di Foreign Affairs, l’economista Tyler Cowen, della George Mason University, scrive che il ragionamento che discende da “r > g” fornisce una “spiegazione elegante e stringente per la persistenza e la crescita della disuguaglianza”, ma che non esiste un unico tasso “r” per ogni euro investito in capitale; soprattutto se nella definizione di “capitale” sono contemplati asset così diversi come gli immobili, i titoli di stato e le azioni di Borsa. “E’ il fatto di assumersi rischi – concetto che perlopiù manca in questo libro – che paga”. Se il fattore rischio è preso in considerazione, ecco che viene scalfita l’immagine di una massa di ricchezza destinata inesorabilmente a crescere a un ritmo uniforme: ci sono i crolli in Borsa, i fallimenti, eccetera. Inoltre, osserva Cowen, Piketty rischia di incorrere nell’errore che fu di un illustre predecessore, l’economista inglese David Ricardo (m. 1823) che prospettava per il futuro il dominio dei proprietari terrieri grazie alle loro rendite garantite: la storia ha voluto, però, che nell’arco di qualche decennio possedere dei terreni non fosse più così decisivo. E se l’importanza relativa dei fattori di produzione è mutata nel tempo – si chiede Cowen – cosa impedisce che ciò continui a succedere, riducendo per esempio l’importanza delle azioni (e dei loro rendimenti elevati che alzano statisticamente la media di “r”)? Questi sono soltanto due degli appunti di Cowen al libro di Piketty. Un saggio che in ogni modo, soprattutto se ci si concentra sul “caso Italia”, fornisce utili spunti di riflessione.

Tra gli otto paesi industrializzati presi in considerazione dall’autore – Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Canada, Giappone, Francia, Italia e Australia – il nostro detiene per esempio il primato assoluto nel rapporto attuale tra capitale e reddito: il primo è pari a 7 volte il secondo. Negli Stati Uniti, lo stesso rapporto è inferiore a 5. Da cosa dipende il predominio di quella che Piketty definisce “rendita”?
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Vari i fattori da considerare. Innanzitutto, nel nostro paese, è la famosa “g” – cioè la crescita che funge da termine di paragone – a essere più bassa: il reddito annuo nel nostro paese è aumentato più lentamente che negli altri sette paesi dal 1970 al 2010, a un tasso medio dell’1,9 per cento. E’ facile, per tutto quello che rientra nella categoria di “capitale”, fare meglio di così. Anche l’evoluzione demografica italiana incentiva la crescita del rapporto capitale/reddito: il nostro paese è al penultimo posto in classifica per tasso di crescita demografica (più 0,3 per cento annuo, peggio di noi fa solo la Germania con 0,2). Questo ci spinge per esempio a risparmiare. Il tasso di risparmio delle famiglie italiane, inteso come rapporto tra il totale dei risparmi e il reddito totale delle stesse famiglie, è sceso al 12 per cento dall’inizio della crisi, ma per anni è stato al di sopra della media europea (nel Regno Unito invece è pari al 2 per cento, negli Stati Uniti a zero). Come ha scritto l’economista dell’Università di Tor Vergata Giovanni Vecchi in una ricerca collettanea pubblicata qualche tempo fa per il Mulino, prevale il paradigma dei “Malavoglia” di Verga per cui ci si attrezza sempre in vista di “una brutta domenica di settembre” che potrà arrivare. Nel nostro paese l’accumulazione delle “rendite” è particolarmente pronunciata perché “sopperisce alle carenze di un sistema finanziario (e assicurativo) poco efficiente e sviluppato – scrive Vecchi – nonché di un welfare state chiaramente sbilanciato, non in grado di tutelare chi ha perso il lavoro o chi fatica ad acquisire una condizione di reddito stabile”. Così, per esempio, mentre il reddito avanza di poco, e azioni e titoli in portafoglio sono relativamente poco diffusi, il 50-60 per cento della ricchezza netta delle famiglie è impegnato in attività immobiliari. Se a ciò si aggiunge che dal secondo Dopoguerra è in costante crescita la quota di reddito disponibile attribuibile a pensioni e altre prestazioni sociali, è vero che spesso gli italiani possono dirsi ricchi per la parsimonia di ieri più che per la produttività di oggi.